
Il prossimo 16 luglio si ricorderanno i quarant’anni dello storico lancio dell’ Apollo 11, che portò il primo uomo sulla luna.
Tra i protagonisti di quella stagione, da Kennedy a von Braun, da Johnson a Debus, ce n’è uno che è apparso solo sporadicamente nelle cronache dell’epoca, pur avendo avuto un ruolo decisivo, come direttore del lancio e successivamente responsabile di tutto il programma Apollo.
Si chiamava Rocco Petrone, e, come racconta il suo italianissimo nome, era figlio di una coppia di emigranti arrivati in America negli anni Venti partendo da Sasso di Castalda, un piccolo centro di montagna in provincia di Potenza.
Il libro, che si basa su una serie di documenti raccolti sia in Italia che in America, racconta la vicenda e la personalità di Petrone, senza che il rigore della ricostruzione storica tolga nulla alle suggestioni letterarie di una narrazione appassionante.
Un racconto che, sullo sfondo di una grande vicenda internazionale, mette in luce la figura di un uomo schivo, silenzioso, quasi infastidito dai suoi successi, abituato a vivere nell’ombra, preferendo la luce della luna a quella del sole.
Un incontro, quello tra Rocco e la luna, che sembrava scritto nel suo destino di figlio di emigranti diventato uno dei protagonisti del sogno americano.
Lo spazio narrativo è racchiuso in poche ore: dal momento in cui, all’alba del 16 luglio 1969, Rocco Petrone prende il suo posto al centro della sala controllo della missione, a quello in cui urla il suo “go” per il lancio di Apollo 11.
In quei lunghi, interminabili minuti, scorre nei suoi ricordi la straordinaria vicenda umana e professionale di un uomo che, suo malgrado, è destinato a passare alla storia.

