• Sull'ara del mondo
Sull'ara del mondo

Sull'ara del mondo

Non ci si faccia ingannare dall'esiguità di questa raccolta di liriche. C'è qui una visione desolata della condizione um ana, dove la natura - imbestiata, infestata da lemuri, corrotta dalle muffe - si presenta al poeta come una orrenda anfibologia, quando "nulla resta tra lui e la cosa, / soltanto il suo immobile stare / davanti all'occhio del cadavere che lo sveglia". Allora i parlamenti "disciplinano massacri", il "germe del maschio" è sotterrato per sempre "nei fondali della vita", "appena uscito dalla camera del morto / il figlio va alla danza e s'innamora". Perciò il poeta non può rinunciare alla sua antica vocazione orfica ed ermetica, di psicagogo e, lui che sa, invita e guida al viaggio metamorfico nel "fuoco delle cose", all'andata nell'Ade dei nostri morti e ritorno: "A coloro che da sempre dal fondo tuo ti guardano, / a quelle presenze etiche e d'abisso / che ti indicano percorsi instabili, rovine e durature soste, / non resistere, ma seguile, fin dove, / giunto a un presidio siano nel bosco, / ti ritroverai ad andare nel rogo delle cose". Così, nella mirabile Vormingo che chiude il volume come un "piccolo testamento", si potranno leggere parole di liberazione e difesa. Vedi di più